martedì 14 settembre 2021: per la preghiera personale e familiare "Lectio divina sulla Liturgia della Parola del giorno"

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  • martedì | 14 settembre 2021


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Lectio martedì 14 settembre 2021


  
Martedì della Ventiquattresima Settimana del Tempo Ordinario (Anno B)
Esaltazione della Santa Croce
 
Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
Giovanni 3, 13 - 17
 
 
1) Preghiera 
O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero di amore, di godere in cielo i frutti della sua redenzione.
 
L’esaltazione della santa Croce ci fa conoscere un aspetto del suo cuore che solo Dio stesso poteva rivelarci: la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo diventa fonte, non solo di una sovrabbondanza d’amore, ma anche di una nuova creazione nella gloria. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la gloria promessa a Gesù può essere condivisa da tutti coloro che desideravano seguirlo. La morte, la malattia, le molteplici ferite che l’uomo riceve nella carne e nel cuore, tutto questo diventa, per la piccola creatura, un’occasione per lasciarsi prendere più intensamente dalla vita stessa di Dio. 
Con questa festa la Chiesa ci invita a ricevere questa sapienza divina, che Maria ha vissuto pienamente presso la Croce: la sofferenza del mondo, follia e scandalo, diventa, nel sangue di Cristo, grido d’amore e seme di gloria per ciascuno di noi.
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2) Lettura: Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
 
3) Commento su Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
 La città di Filippi si trova nella Macedonia sud-orientale, ai piedi del monte Hemos. Fu fondata nel IV secolo a.C. con in nome di Crenides (sorgenti). Verso il 360 il re di Macedonia, Filippo II, ne fece una città fortificata per controllare i movimenti dei Traci e le diede il proprio nome.
Nel 42 a.C. presso Filippi ebbe luogo la celebre battaglia in cui Antonio e Ottaviano sconfissero gli uccisori di Cesare. In quell'occasione divenne colonia romana e vi giunsero poi diversi contingenti di veterani, che resero preponderante la presenza latina all'interno della città.
 
 Paolo giunse a Filippi con Timoteo e Sila verso la fine del 49 d.C... Secondo la narrazione degli Atti fu la prima città europea ad essere evangelizzata. La comunità di Filippi era formata quasi esclusivamente da ex-pagani, con un'importante presenza femminile. La lettera ai Filippesi fu scritta mentre Paolo era in prigionia, probabilmente ad Efeso, attorno agli anni 52-54.
La missiva è piuttosto breve e non sembra originata da problemi molto stringenti. Vi sono sì degli avversari di Paolo che a Filippi predicano la circoncisione e l'osservanza della Legge, ma i versetti a loro dedicati sono troppo pochi perché si possa comprendere a fondo la questione. Nella lettera prevalgono invece le notizie riguardanti Paolo, l'inno Cristologico (che leggiamo oggi) e alcune esortazioni riguardanti la vita che i Filippesi devono condurre in Cristo.
 
 Paolo canta il prodigio della Croce operato da Gesù che, essendo Dio, "svuotò" quasi se stesso - il verbo annientare dice poco - prendendo forma di schiavo, che non è da intendere nella ristretta dimensione del sociale, ma che sta a significare che, "divenuto simile agli uomini", si sottopose alla morte, umiliandosi come più non si poteva. Divenne "obbediente fino alla morte, alla morte di Croce", per riparare con l'obbedienza al peccato originale della superbia.
 
 Il paradosso continua: è proprio a seguito di questo obbrobrio che "Iddio lo esaltò e gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome". Insomma, da qui si genera una nuova regalità, per questo l’Esaltazione della Santa Croce. Il suo nome diviene il nome del Re dei re "perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra, nell'inferno". Anche questo ci suona strano. Si parla di dimensioni che non sembrano riguardarci più. Forse perché non diamo il senso che richiede all'espressione che "Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre".
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4) Lettura: Vangelo secondo Giovanni 3, 13 - 17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
 
5) Commento sul Vangelo secondo Giovanni 3, 13 - 17
 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. (Gv 3,16) - Come vivere questa Parola?
Icona del Crocifisso e simbolo del mistero pasquale di morte-vita e di umiliazione-glorificazione, ben presto la Croce fu considerato lo strumento della nostra salvezza e segno distintivo dei cristiani. Il 13 settembre del 335 a Gerusalemme avvenne la consacrazione delle due basiliche erette da Costantino sul Golgota e sul Santo Sepolcro. Il 3 maggio del 628 l'imperatore Eraclio riconquistò le reliquie della Croce che i Persiani avevano trafugato. Di qui la festa della Esaltazione /Presentazione della Croce, che i nostri fratelli orientali celebrano con una solennità paragonabile a quella della Pasqua.
La festa di oggi si prefigge di entrare nella vita dei fedeli per educarli a porre al centro del proprio cuore l'umiliazione-esaltazione di Cristo in croce per leggere ogni avvenimento, ogni oggi in questa luce. Non è difficile rendersi conto se la Croce è al centro della vita e dei pensieri dei fedeli, perché allora cresce e si diffonde inesauribilmente la speranza. La Croce ci mostra l'amore sconfinato che Dio ha per noi: se Dio è disposto a dare se stesso per la nostra salvezza, vuol dire che ci ama; quindi non abbiamo più nulla da temere.
Aggrappati alla Croce noi salviamo la nostra esistenza: è un legno, una zattera che ci permette di navigare anche nei mari più tempestosi della vita. Tenere gli sguardi fissi su Gesù Crocifisso ci abitua e ci abilita a guardare a tutti i crocifissi di cui l'umanità ha cosparso il suo cammino (quelli crocifissi dall'ingiustizia, dalla prepotenza e dalla sopraffazione dei forti e dei signori della guerra, dalle malattie e dalla povertà...) e battersi con tutte le forze perché siano liberati e redenti.
Certo, la Croce è sofferenza, ma può diventare redenzione. Affidarsi a Gesù, credere in Lui fa sì che nessuna lacrima resti senza frutto. Su quella Croce Dio raccoglie tutte le croci della storia per trasformarle in strumenti di salvezza: solo nella Croce di Cristo il mondo si salva.
Salve o Croce, unica speranza (O Crux, ave, spes unica) Inno ai vespri della Settimana Santa.
Ecco la voce di un Teologo Siriano Dottore della Chiesa San Giovanni Damasceno: La Croce di Gesù Cristo è la chiave del Paradiso
 
"Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui" (Gv. 3.17) - Come vivere questa Parola?
Riprendere il cammino della PAROLA DI DIO con quest'affermazione fortissima del Vangelo di Giovanni è come ossigenarsi l'anima, il cuore e la vita.
Molta gente ha buttato ai rovi la propria identità cristiana perché non ha preso mai contatto vero e profondo con quanto vien detto qui.
In fondo ciò che domina l'uomo ancora oggi è la paura. Che si annidi nella sua parte inconscia o che lo assedi dopo errori commessi, non sempre lo si sa appurare. La paura è distruttiva, proprio perché è come nerofumo di confusione da cui però emerge un guaio serio: la falsa immagine di Dio.
Dopo aver ascoltato tante persone si sa che molte pensano a un "dio" castigamatti, pronto a scagliare fulmini sul peccatore. Non è così! Dio vuole che tu, che io e ognuno di noi sia salvo. La prova? Ascoltiamo ancora Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna" (Gv. 3.16).
Si, il Padre ci ha dato Gesù, Suo Figlio: non su un letto di rose ma su quell'obbrobrio che era il supplizio della Croce. Gesù così aveva preso su di sé tutto il marciume del peccato, tutto il male del mondo.
E fu questo il modo concreto per dire a ognuno: ti voglio così bene che muoio per te. Ti voglio salvo, ti libero dalla paura.
Ecco la voce di una consacrata Sr. Ivana Marchetti fma. (1944 - 2009): Signore credo in te, perciò mi fido di te. L'abbandono si esprime nel non pretendere di decifrare il futuro, di controllarlo, di conoscerne i risultati. Mi sento al centro del cuore, con te Signore. Sono nella pace.
 
 La scuola della croce: amare non è emozione ma dare.
Festa dell'Esaltazione della Croce, in cui il cristiano tiene insieme le due facce dell'unica evento: la Croce e la Pasqua, la croce del Risorto con tutte le sue piaghe, la risurrezione del Crocifisso con tutta la sua luce. Parafrasando Kant: «La croce senza la risurrezione è cieca; la risurrezione senza la croce è vuota».
Dio ha tanto amato. È questo il cuore ardente del cristianesimo, la sintesi della fede: «Dove sta la tua sintesi lì sta anche il tuo cuore» (Evangelii Gaudium 143). «Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama» (L. Xardel). La salvezza è che Lui mi ama, non che io amo Lui. L'unica vera eresia cristiana è l'indifferenza, perfetto contrario dell'amore. Ciò che sventa anche le trame più forti della storia di Dio è solo l'indifferenza.
Invece «amare tanto» è cosa da Dio, e da veri figli di Dio. E penso che ogni volta che una creatura ama tanto, in quel momento sta facendo una cosa divina, in quel momento è generata figlia di Dio, incarnazione del suo progetto.
Ha tanto amato il mondo: parole da ripetere all'infinito, monotonia divina da incidere sulla carne del cuore, da custodire come leit-motiv, ritornello che contiene l'essenziale, ogni volta che un dubbio torna a stendere il suo velo sul cuore.
Ha tanto amato il mondo da dare: amare non è una emozione, comporta un dare, generosamente, illogicamente, dissennatamente dare. E Dio non può dare nulla di meno di se stesso (Meister Eckart).
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Mondo salvato, non condannato. Ogni volta che temiamo condanne, per noi stessi per le ombre che ci portiamo dietro, siamo pagani, non abbiamo capito niente della croce. Ogni volta invece che siamo noi a lanciare condanne, ritorniamo pagani, scivoliamo fuori, via dalla storia di Dio.
Mondo salvato, con tutto ciò che è vivo in esso. Salvare vuol dire conservare, e niente andrà perduto: nessun gesto d'amore, nessun coraggio, nessuna forte perseveranza, nessun volto. Neppure il più piccolo filo d'erba. Perché è tutta la creazione che domanda, che geme nelle doglie della salvezza.
Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Credere a questo Dio, entrare in questa dinamica, lasciare che lui entri in noi, entrare nello spazio divino «dell'amare tanto», dare fiducia, fidarsi dell'amore come forma di Dio e forma del vivere, vuol dire avere la vita eterna, fare le cose che Dio fa', cose che meritano di non morire, che appartengono alle fibre più intime di Dio. Chi fa questo ha già ora, al presente, la vita eterna, una vita piena, realizza pienamente la sua esistenza.
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6) Per un confronto personale 
- Quali sentimenti suscita in me il sostare davanti al Crocifisso?
- In quali occasioni anche io ho rinunciato a qualche privilegio per vivere l'umiltà di Gesù?
- Cosa significa per me adorare Gesù Cristo, il servo che si è umiliato ed è stato esaltato?
 
 
7) Preghiera finale: Salmo 77
Non dimenticate le opere del Signore!
 
Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.
 
Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.    
 
Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza. 
 
Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.