Per la preghiera personale e familiare: Lectio divina sulla Liturgia della Parola del giorno - mercoledì 11 novembre 2020

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  • mercoledì | 11 novembre 2020

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Lectio mercoledì 11 novembre 2020
 
 
Mercoledì della Trentaduesima Settimana del Tempo Ordinario (Anno A)
San Martino di Tours

 
Lettera a Tito 3, 1 - 7 
Luca 17, 11 - 19
 
 
1) Preghiera 
O Dio, che hai fatto risplendere la tua gloria nella vita e nella morte del vescovo san Martino, rinnova in noi i prodigi della tua grazia, perché né morte né vita ci possano mai separare dal tuo amore.
 
Martino (Pannonia c. 316 – Candes, Francia, 397), rivelò, ancora soldato e catecumeno, la sua carità evangelica dando metà del mantello a un povero assiderato dal freddo. Dopo il Battesimo si mise sotto la guida di sant’Ilario (339) e fondò a Ligugè, presso Poitiers, un monastero (360), il primo in Occidente. Ordinato sacerdote e vescovo di Tours (372), si fece apostolo delle popolazioni rurali con l’aiuto dei monaci del grande monastero di Marmoutiers (Tours). Unì alla comunicazione del Vangelo un’incessante opera di elevazione sociale dei contadini e dei pastori. La sua figura ha fondamentale rilievo nella storia della Chiesa in Gallia, sotto l’aspetto pastorale, liturgico e monastico. Santo molto popolare, è il primo confessore non martire ad essere venerato con rito liturgico. La sua «deposizione» l’11 novembre è ricordata dal martirologio geronimiano (sec. VI).
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2) Lettura: Lettera a Tito 3, 1 - 7
Carissimo, ricorda [a tutti] di essere sottomessi alle autorità che governano, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona; di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini. Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.
 
3) Commento su  Lettera a Tito 3, 1 - 7  
La mitezza che Paolo raccomanda verso tutti gli nomini era virtù opposta alle inclinazioni ed alle abitudini dei Cretesi i quali andavano famosi per il loro carattere battagliero, violento ed anche crudele. Era quindi tanto più necessario che Tito insistesse su quel punto. Le quattro raccomandazioni del v. 2 possono considerarsi come quattro aspetti della mitezza evangelica. Anzitutto ella caccia via la maldicenza ch'è frutto di superbia, e di malevolenza verso il prossimo, mentre l'umiltà ricorda che non abbiamo nulla che non sia dono di Dio e "la carità è longanime, benigna..., non pensa a male, ton si rallegra dell'ingiustizia, ma si compiace della verità" 1Corinzi 13:4-7. I Cretesi potevano essere tanto più proclivi alla maldicenza ch'erano usi a dir bugie senza farne caso. La mitezza è altresì aliena dalle contese o dal battagliare, portata alla pace, mentre i Cretesi vivevano in continue contese, anche cruenti.
 
Più ancora che della giustizia è questa vita l'opposto della carità dovuta al prossimo. Chi è servo delle proprie cupidigie non può avere amore per i suoi simili. La malignità divisa e cerca il male del prossimo, l'invidia non sa darsi pace del bene altrui. Con tali sentimenti e con tale condotta si è presto antipatici, esosi, oggetto di abbominio per gli altri, e l'odio vicendevole prende il posto ch'era destinato all'amore.
"Nel tracciare quel cupo quadro della vita morale degli uomini tuttora estranei all'azione di Dio sulla loro coscienza, Paolo non esita ad usare il noi. Egli sa, infatti, per propria esperienza, che fintanto che il peccato regna da padrone sul nostro cuore, non c'è manifestazione della umana corruzione di cui possiamo crederci incapaci. Se alcuno trova esagerate le parole dell'apostolo vuol dire che non conosce il proprio cuore o che le apprezza secondo i principii della morale rilassata del mondo anziché alla luce della legge spirituale e santa di Dio" (L. Bonnet).
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4) Lettura: dal Vangelo secondo Luca 17, 11 - 19  
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
 
5) Riflessione sul Vangelo secondo Luca 17, 11 - 19  
Guariti ma ingrati!
La lebbra, il male in genere, crea delle distanze talvolta incolmabili. Molti malati nel corpo e nello spirito, ancora oggi debbono gridare forte per farsi ascoltare, perché emarginati dal consorzio civile e qualche volta anche dalle nostre chiese. Il grido dei dieci lebbrosi del Vangelo di oggi risuona come un'intensa preghiera: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». In quel grido è accomunato il gemito dei sofferenti del mondo, la sofferenza degli emarginati, di tutti coloro che per farsi sentire da qualcuno debbono gridare. Per loro e nostra fortuna l'udito e la sensibilità di Cristo e infinitamente più acuta della nostra. Gesù li vede anche se distanti, e dà subito loro un messaggio di speranza: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». Erano loro che dovevano, secondo la legge, dare la certificazione dell'avvenuta guarigione. Mentre vanno si accorgono di essere già guariti, uno solo, uno straniero, solo lui però sente immediatamente il bisogno di tornare indietro per lodare Dio e gettarsi, in atteggiamento di doverosa gratitudine, ai piedi di Gesù. Emergono due grandi insegnamenti per noi: non possiamo, come spesso accade, rifiutare la mediazione sacerdotale per avere la certezza del perdono di Dio, sono loro che debbono assolvere e sciogliere. La gratitudine a Dio poi è un sacrosanto dovere che mai dobbiamo smettere perché tutti siamo stati «guariti» e «salvati» da Cristo redentore.
 
• Luca 17,11: Gesù in viaggio verso Gerusalemme. Luca ricorda che Gesù era in viaggio verso Gerusalemme, passando per la Samaria per recarsi in Galilea. Dall’inizio del suo viaggio (Lc 9,52) fino a qui (Lc 17,11), Gesù cammina per la Samaria. Solo ora sta uscendo dalla Samaria, passando per la Galilea per poter giungere a Gerusalemme. Ciò significa che gli insegnamenti importanti dati in questi ultimi capitoli dal 9 fino al 17 furono dati tutti su un territorio che non era giudeo. L’udire ciò deve essere stato motivo di molta gioia per le comunità di Luca, venute dal paganesimo. Gesù, il pellegrino, continua il suo viaggio verso Gerusalemme. Continua eliminando le disuguaglianze che gli uomini hanno creato. Continua il lungo e doloroso cammino dalla periferia verso la capitale, da una religione rinchiusa in se stessa verso una religione aperta che sa accogliere gli altri come fratelli e sorelle, figli e figlie dello stesso Padre. Questa apertura si manifesta anche nell’accoglienza data ai dieci lebbrosi.
  
• Luca 17,12-13: Il grido dei lebbrosi. Dieci lebbrosi si avvicinano a Gesù, si fermano a distanza e gridano: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!" Il lebbroso era una persona esclusa. Era emarginato e disprezzato, non aveva diritto a convivere con la sua famiglia. Secondo la legge della purezza, i lebbrosi dovevano andare in giro con vesti lacerate e capelli sciolti, gridando: “Impuro! Impuro!” (Lv 13,45-46). Per i lebbrosi, la ricerca della guarigione significava lo stesso che cercare la purezza per poter essere reintegrati nella comunità. Non potevano avvicinarsi agli altri. (Lv 13,45-46). Se qualcuno era toccato da un lebbroso diventava impuro e ciò gli impediva di poter dirigersi a Dio. Mediante questo grido, essi esprimevano la fede in Gesù che poteva curarli e restituire loro la purezza. Ottenere la purezza significava sentirsi di nuovo accolti da Dio e poter dirigersi a Lui per ricevere la benedizione promessa ad Abramo.
 
• Luca 17,14: La risposta di Gesù e la guarigione. Gesù risponde: "Andate a presentarvi ai sacerdoti!" (cf. Mc 1,44). Il sacerdote doveva verificare la guarigione ed attestare la purezza del guarito (Lv 14,1-32). La risposta di Gesù esigeva molta fede da parte dei lebbrosi. Dovevano andare dal sacerdote come se fossero già stati sanati, quando, in realtà, il loro corpo continuava ad essere coperto dalla lebbra. Ma loro credevano alla parola di Gesù e andarono dal sacerdote. Ed avvenne che, lungo il cammino, si manifestò la guarigione. Furono purificati. Questa guarigione evoca la storia della purificazione di Naaman di Siria (2Re 5,9-10). Il profeta Eliseo ordina all’uomo di lavarsi nel Giordano. Naaman doveva credere alla parola del profeta. Gesù ordina ai dieci di presentarsi ai sacerdoti. Loro dovevano credere alla parola di Gesù.
 
• Luca 17,15-16: Reazione del samaritano. “Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano”. Perché gli altri non ritornarono? Perché solo il samaritano? Secondo l’opinione dei giudei di Gerusalemme, il samaritano non osservava la legge come doveva. Tra i giudei c’era la tendenza ad osservare la legge per poter meritare o conquistare la giustizia. Grazie all’osservanza, loro avevano già accumulato meriti e crediti davanti a Dio. Gratitudine e gratuità non fanno parte del vocabolario delle persone che vivono così il loro rapporto con Dio. Forse per questo non ringraziano per il beneficio ricevuto. Nella parabola del vangelo di ieri, Gesù aveva formulato la stessa domanda: “Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?” (Lc 17,9) E la risposta era: “No!” Il samaritano rappresenta le persone che hanno una chiara coscienza che noi, essere umani, non abbiamo meriti o diritto davanti a Dio. Tutto è grazia, cominciando dal dono della propria vita!
 
• Luca 17,17-19: L’osservazione finale di Gesù. Gesù osserva: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?Per Gesù, ringraziare gli altri per il beneficio ricevuto è un modo di rendere a Dio la lode che gli è dovuta. Su questo punto, i samaritani davano lezioni ai giudei. Oggi sono i poveri coloro che svolgono il ruolo del samaritano, e ci aiutano a riscoprire questa dimensione della gratuità della vita. Tutto ciò che riceviamo deve essere considerato come un dono di Dio che viene a noi mediante il fratello e la sorella.
 
L’accoglienza data ai samaritani nel vangelo di Luca. Per Luca, il posto che Gesù concedeva ai samaritani è lo stesso di quello che le comunità dovevano riservare ai pagani. Gesù presenta un samaritano come modello di gratitudine (Lc 17,17-19) e di amore verso il prossimo (Lc 10,30-33). Questo doveva essere assai scioccante, poiché per i giudei, samaritano o pagano era la stessa cosa. Non potevano avere accesso agli altri interni del Tempio di Gerusalemme, né partecipare al culto. Erano considerati portatori di impurezza, impuri fin dalla culla. Per Luca, invece, la Buona Notizia di Gesù si rivolge in primo luogo alle persone e ai gruppi considerati indegni di riceverla. La salvezza di Dio che ci giunge in Gesù è puro dono. Non dipende dai meriti di nessuno.
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6) Per un confronto personale
• E tu, ringrazi in genere le persone? Ringrazi per convinzione o per semplice usanza? E nella preghiera: ringrazi o dimentichi?
• Vivere con gratitudine è segno della presenza del Regno in mezzo a noi. Come trasmettere agli altri l’importanza di vivere nella gratitudine e nella gratuità?
 
 
 
7) Preghiera finale: Salmo 22
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
 
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. 
 
Rinfranca l’anima mia, 
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome. 
 
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza. 
 
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.