Per la preghiera personale e familiare: Lectio divina sulla Liturgia della Parola del giorno - giovedì 20 agosto 2020

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  • giovedì | 20 agosto 2020

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Lectio giovedì 20 agosto 2020
 


Giovedì della Ventesima Settimana del Tempo Ordinario (Anno A)
San Bernardo
 
Profeta Ezechiele 36, 23 - 28
Matteo 22, 1 - 14
 
 
1) Orazione iniziale
O Dio, che hai suscitato nella tua Chiesa san Bernardo abate, come lampada che arde e risplende, fa’ che per sua intercessione camminiamo sempre con lo stesso fervore di spirito, come figli della luce. 
 
Bernardo (Digione, Francia, 1090 – Chiaravalle-Clairvaux 20 agosto 1153), dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell’Ordine Cistercense. L’obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo. Maestro di guida spirituale ed educatore di generazioni di santi, lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica tendente, più che alla scienza, all’esperienza del mistero. Ispirò un devoto affetto all’umanità di Cristo e alla Vergine Madre.
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2) Lettura: Profeta Ezechiele 36, 23 - 28
Così dice il Signore Dio: «Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore – oracolo del Signore Dio –, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.
Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità è da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».
 
3) Commento sul  Profeta Ezechiele 36, 23 - 28
Ezechiele si fa portatore di una promessa grandiosa, affermata per un futuro prossimo, quasi imminente. Egli annunzia al popolo degli esuli, che ha sperimentato dolorosamente la forza devastante del peccato e del tradimento dell’alleanza, un’azione potente di salvezza da parte di Dio. L’oracolo prospetta innanzi tutto una purificazione del popolo dai suoi peccati. Questa purificazione, opera di Dio, è presentata con la metafora del versamento di acqua pura, a somiglianza dei riti lustrali. Essa va ben oltre, però, dei semplici gesti rituali, poiché è associata ad una radicale trasformazione della libertà umana, finalmente restituita alla capacità di rispondere all’invito divino.
 
Ezechiele annuncia una straordinaria effusione dello Spirito, per cui il Signore effonde nel cuore del popolo un sentimento di sincero pentimento per le proprie colpe (v. 25) e di ricerca appassionata della volontà divina. Il vertice del brano è costituito allora dai va. 26s, in cui è promessa l’immissione di “uno spirito nuovo”, quale principio interiore di attività, e di “un cuore nuovo”, cioè un nuovo atteggiamento della libertà umana. L’oracolo prospetta pertanto un rinnovamento antropologico profondo, per cui Israele sperimenterà un’incondizionata stima e rispetto per le realtà divine e un’adesione integrale alla volontà del Signore, resa manifesta nelle sue leggi. La trasformazione non procede da un’iniziativa del popolo, ma dalla preveniente decisione divina di renderlo capace, tramite l’infusione di questo spirito nuovo, di osservare tutti i comandamenti del Signore e di ristabilire il patto stretto con i padri al Sinai. La situazione degli esuli testimoniava il fallimento del patto a causa dell’infedeltà di Israele; ora, in nome della fedeltà divina, Israele sperimenta la possibilità nuova di aderire al patto con tutto sé stesso, trovando in esso il compimento dei suoi desideri, sintetizzati nella promessa del dono della terra.
Rifiorisce pertanto il rapporto tra il popolo e il Signore, e Israele sperimenta la bellezza della comunione intima con Dio, che è la realtà profonda dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (v. 28).
 
• Se per assurdo una persona potesse dire ad un’altra persona: “Ti darò un cuore nuovo”, che cosa intenderebbe dire? E che cosa capirebbe il ricevente del cuore nuovo? Un bel fiume di sentimenti positivi, un volersi bene spontaneo, immediato, senza sforzo. “Dimmelo col cuore!”, “Con il cuore in mano”, “Che cosa ti dice il tuo cuore?”, “Va’ dove ti porta il cuore” sono tutti modi di celebrare un sentimentalismo da rotocalco. E non c’è niente che renda più schiavi i due innamorati. Il “sentimento spontaneo”, infatti, è peggio di un colpo di vento che viene e va; è la logica di godersi il sentimento, finché c’è, perché, quando esso se ne va, non ci si può far niente. “Io ti amo” sembra la celebrazione di questo spontaneismo.
Non così dice il nostro testo quando ci promette “un cuore nuovo”, “un cuore di carne” (v. 26): lo Sposo, che di amore se ne intende, poiché ne è l’Inventore e il Mandante, fa una straordinaria scommessa sulle nostre capacità di amare e cioè che ci lasciamo togliere il “cuore di pietra”. A dire il vero, al nostro cuore di pietra teniamo tanto, quando “parliamo male” di noi stessi: io sono così, non c’è niente da fare; mi viene spontaneo usare il sesso, le relazioni con gli altri a mio uso e consumo; non posso farci niente se ho questo carattere, se sono fatto così! Eccolo il cuore di pietra, indurito nel fare il male e non tanto il male in generale, ma quel male che mi viene spontaneo, che mi sta bene fare, che mi sembra un bene: come chi si mette a fumare due o tre sigarette al giorno, poi gli viene “spontaneo” fumarne, non può farci niente!
Ecco il cuore secondo la Bibbia: il centro dell’io, il motore della libertà umana, il polo decisionale. Più ci “alleviamo” il male e più il cuore si indurisce, cioè ci sembra di non poter fare diversamente. Ma l’Alleato per eccellenza ci chiede di lasciarcelo cambiare, e cioè di voler essere determinati a non intestardirci nel male: il resto lo fa lui, secondo la sua promessa. Un cuore di carne è un cuore veramente umano, non schiavo del peccato, come lui l’ha pensato all’origine, orientato a lui, grazie all’azione dello Spirito.
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4) Lettura: dal Vangelo di Matteo 22, 1 - 14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
5) Riflessione sul Vangelo di  Matteo 22, 1 - 14  
•  Il vangelo di oggi narra la parabola del banchetto che si trova in Matteo ed in Luca, ma con differenze significative, procedenti dalla prospettiva di ogni evangelista. Lo sfondo che conduce i due evangelisti a ripetere questa parabola è lo stesso. Nelle comunità dei primi cristiani, sia Matteo che Luca, continuava ben vivo il problema della convivenza tra i giudei convertiti ed i pagani convertiti. I giudei avevano norme antiche che impedivano loro di mangiare con i pagani. Anche dopo essere entrati nella comunità cristiana, molti giudei mantenevano l’usanza antica di non sedersi allo stesso tavolo con un pagano. Così Pietro ebbe conflitti nella comunità di Gerusalemme, per essere entrato a casa di Cornelio, un pagano e per aver mangiato con lui (At 11,3). Questo stesso problema era vivo in modo diverso nelle comunità di Luca e di Matteo. Nelle comunità di Luca, malgrado le differenze di razza, di classe e di genere, avevano un grande ideale di condivisione e di comunione (At 2,42; 4,32; 5,12). Per questo, nel vangelo di Luca (Lc 14,15-24), la parabola insiste nell’invito rivolto a tutti. Il padrone della festa, indignato per il mancato arrivo dei primi invitati, manda a chiamare i poveri, gli storpi, i ciechi, e li invita a partecipare al banchetto. Ma c’è ancora posto. Allora, il padrone della festa ordina di invitare tutti, fino a riempire la casa. Nel vangelo di Matteo, la prima parte della parabola (Mt 22,1-10) ha lo stesso obiettivo di Luca. Arriva a dire che il padrone della festa ordina di far entrare “buoni e cattivi” (Mt 22,10). Ma alla fine aggiunge un’altra parabola (Mt 22,11-14) sul vestito di festa, che insiste in ciò che è specifico dei giudei, la necessità di purezza per potere comparire dinanzi a Dio.
 
Il banchetto e l'abito nuziale.
Nasce da un bisogno irrefrenabile di comunione da parte di Dio nei nostri confronti l'invito al suo banchetto. Vuole renderci partecipe dei suo beni, ci vuole come suoi commensali. Per questo ci ha fatto somiglianti a sé con un innato desiderio di essere sfamati e dissetati nel corpo e nello spirito. Il nostro primo peccato e tutti quelli che ne sono seguiti hanno la stessa radice e la stessa origine: abbiamo scelto noi il banchetto a cui sederci e mangiare e ne siamo rimasti avvelenati dentro. È iniziata immediatamente l'opera risanatrice di Dio: ci ha invitati di nuovo alla mensa della sua parola, ha ripreso il dialogo con noi. Poi il banchetto di nozze! Il Figlio di Dio che sposa la nostra umanità, s'incarna, si dona, s'immola, diventa cibo e bevanda di salvezza per noi. È un banchetto di festa per un ritorno alla casa del Padre perché eravamo perduti e morti e siamo tornati in vita. Ci è stato dato un abito nuovo, un abito nuziale dal giorno del nostro battesimo ed abbiamo assunto l'impegno di conservare limpido quell'abito e di non smetterlo mai. È la veste candida che ci rende degni del banchetto e ci autorizza ad entrare nell'intimità di Dio. Dobbiamo stare desti perché l'invito non ci colga distratti e distolti, senz'abito o impegnati nelle nostre cose e diretti a banchetti non salutari o addirittura venefici. È un assurdo, ma ci può capitare di rifiutare l'invito del Signore perché impegnati nelle nostre vicende quotidiane, magari a bramare le carrube. "Ho paura del Signore che passa!" – soleva ripetersi S. Agostino. Costatiamo che il mondo è pieno di affamati, che dissertano però la mensa del Signore. Il Signore ci chiama spesso al pane di vita. Perché chi non mangia di quel pane e non beve quel sangue non ha la vita. Il festeggiato si fa pane per noi, è Lui ha nutrirci di sé. Siamo noi a godere di quel germe di immortalità che solo al banchetto divino possiamo trovare. Il banchetto è ora la nostra Messa, quella cena eterna che ad ogni festa si ripete. Sono ancora pochi a rispondere all'invito e ancora tantissimi gli affamati di Dio.
 
• Matteo 22,1-2: L’invito a tutti. Alcuni manoscritti dicono che la parabola fu raccontata per i capi dei sacerdoti e per gli anziani del popolo. Questa affermazione può servire perfino di chiave di lettura, perché aiuta a capire alcuni punti strani che appaiono nella storia che Gesù racconta. La parabola comincia così: “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio”. Questa affermazione iniziale evoca la speranza più profonda: il desiderio della gente di stare con Dio per sempre. Diverse volte nei vangeli si allude a questa speranza, suggerendo che Gesù, il figlio del Re, è lo sposo che viene a preparare le nozze (Mc 2,19; Apoc 21,2; 19,9).
 
• Matteo 22,3-6: Gli invitati non vogliono venire. Il re invita in modo molto insistente, ma gli invitati non vogliono venire. “Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.” In Luca sono i doveri della vita quotidiana ad impedire di accettare l’invito. Il primo dice: “Ho comprato un terreno. Devo vederlo!” Il secondo: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli!” Il terzo: “Ho preso moglie. Non posso andare!” (cf. Lc 14,18-20). Secondo le norme e le usanze dell’epoca, quelle persone avevano il diritto e perfino il dovere di non accettare l’invito fatto (cf Dt 20,5-7).
 
• Matteo 22,7: Una guerra incomprensibile. La reazione del re dinanzi al rifiuto è sorprendente. “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”. Come interpretare questa reazione così violenta? La parabola fu raccontata per i capi dei sacerdoti e per gli anziani del popolo (Mt 22,1), i responsabili della nazione. Molte volte, Gesù aveva parlato loro sulla necessità di conversione. Pianse perfino sulla città di Gerusalemme e disse: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stingeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata." (Lc 19,41-44). La reazione violenta del re nella parabola si riferisce probabilmente al fatto secondo la previsione di Gesù. Quaranta anni dopo, Gerusalemme fu distrutta (Lc 19,41-44; 21,6;).
 
• Matteo 22,8-10: Il banchetto non viene abolito. Per la terza volta, il re invita la gente. Dice ai suoi servi: “Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali”. I cattivi che erano esclusi, per essere considerati impuri, dalla partecipazione nel culto dei giudei, ora sono invitati, specificamente, dal re a partecipare alla festa. Nel contesto dell’epoca, i cattivi erano i pagani. Anche loro sono invitati a partecipare alla festa delle nozze.
 
• Matteo 22,11-14: Il vestito della festa. Questi versi raccontano che il re entrò nella sala della festa e vide qualcuno senza l’abito della festa. E il re chiese: 'Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì”. La storia racconta che l’uomo fu legato mani e piedi e fu gettato fuori nelle tenebre. E conclude: “Molti sono i chiamati, ma pochi eletti”. Alcuni studiosi pensano che si tratti di una seconda parabola che fu aggiunta per mitigare l’impressione che rimane della prima parabola, dove si parla di “cattivi e buoni” che entrano per la festa (Mt 22,10). Pur ammettendo che non è certo l’osservanza della legge che ci dà la salvezza, bensì la fede nell’amore gratuito di Dio, ciò in nulla diminuisce la necessità di purezza del cuore quale condizione per poter comparire dinanzi a Dio.
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6) Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione
• Quali sono le persone che sono normalmente invitate alle nostre feste? Perché? Quali sono le persone che non sono invitate alle nostre feste? Perché?
• Quali sono i motivi che oggi limitano la partecipazione di molte persone nella società e nella chiesa? Quali sono i motivi che certe persone addicono per escludersi dal dovere di partecipare alla comunità? Sono motivi giusti?
 
 
7) Preghiera: Salmo 50
Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati.
 
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito. 
 
Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno. 
 
Tu non gradisci il sacrificio;
se offro olocausti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.